Mamma, perché?

Da quando è nato ad oggi, Lorenzo mi ha insegnato molto, o meglio, mi ha fatto riscoprire sensazioni che avevo dimenticato.
Mi ha fatto riscoprire il piacere di giocare, di immaginare, di creare.
Mi ha fatto riscoprire l’inutilità di rimanere arrabbiati per più di 5 minuti.
Mi ha fatto riscoprire la pazienza (molta) e l’importanza di avere almeno un posto in cui sentirsi a casa, qualunque esso sia.

E soprattutto, mi ha fatto riscoprire il perché… Il perché di ogni cosa, di ogni persona e di ogni momento.
Si perché i bambini sono terribilmente curiosi e estremamente innocenti per cui prima di giudicare qualsiasi cosa capiti sotto il loro sguardo, loro si chiedono perché.

Perché mamma? È una domanda che sentirò almeno 20 volte al giorno e alla quale ogni tanto non so cosa neanche rispondere.

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Crescendo, diventando grandi ci si dimentica di chiedersi perché?

C’è poco tempo, si pensa di avere già tutte le risposte, di sapere già tutto, e si finisce per non capire, per non scoprire più nulla e ci si ferma.

Nella danza come nella vita nel momento esatto in cui si smette di chiedersi il perché:
Perché faccio questo movimento?
Perché il coreografo mi ha detto questo?
Perché lo sto facendo in questo modo?

Si smette immediatamente di crescere, di migliorare. Ci si ferma in un limbo in cui apparentemente ci si sente a proprio agio, in una comfort zone, dalla quale più passa il tempo e più non se ne vuole uscire per paura di non avere tutte le risposte, per paura di mettersi in gioco e non uscirne vincitori.

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Durante la mia carriera ho ballato pezzi di diversi coreografi, diversi stili e musiche e non sempre le coreografie che ho dovuto affrontare rientravano nelle mie corde, alcuni coreografi hanno stili che mi sono più affini, che si avvicinano più al mio modo di ballare ma la crescita e il miglioramento di un artista, di un ballerino sta proprio nel riuscire a rimanere curioso, a cercare di capire cosa gli viene chiesto senza giudicare e provare comunque ad imparare qualcosa di nuovo.
Solo così ci può essere una crescita ed il nostro lavoro continuerà ad essere stimolante e affascinante nello stesso modo in cui un bambino vede il mondo per la prima volta.

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Forse è per questa mia curiosità, per questo mio voler capire cosa c’è dietro l’apparenza, che sono un’amante dei gialli.

Il libro che consiglio oggi si intitola “Pulvis et Umbra” di Antonio Manzini, edito da Sellerio Editore Palermo (31 agosto 2017).

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Aosta e Roma, doppia indagine per Rocco Schiavone nell’attesissimo nuovo romanzo. Un noir mozzafiato dal ritmo perfetto con un meccanismo dai mille ingranaggi che non perde mai un colpo.
In Pulvis et umbra due trame si svolgono in parallelo. Ad Aosta si trova il cadavere di una trans. A Roma, in un campo verso la Pontina, due cani pastore annusano il cadavere di un uomo che porta addosso un foglietto scritto. L’indagine sul primo omicidio si smarrisce urtando contro identità nascoste ed esistenze oscurate. Il secondo lascia un cadavere che puzza di storie passate e di vendette. In entrambi Schiavone è messo in mezzo con la sua persona. E proprio quando il fantasma della moglie Marina comincia a ritirarsi, mentre l’agente Caterina Rispoli rivela un passato che chiede tenerezza e un ragazzino solitario risveglia sentimenti paterni inusitati, quando quindi la ruvida scorza con cui si protegge è sfidata da un po’ di umanità intorno, le indagini lo sospingono a lottare contro le sue ombre. Tenta di afferrarle e gli sembra che si trasformino in polvere. La polvere che lascia ogni tradimento.

Lucia

 

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