Cittadino Italiano?

Anno 2017: Hektor vive e lavora in Italia da 17 anni, è sposato con un’italiana da 5 anni ed ha un figlio di 3.
Sta aspettando una risposta da un anno per la richiesta della cittadinanza italiana. A dirla tutta lui non la voleva neanche più chiedere “Ormai non mi serve più” dice, ma sono stata io ad insistere.

Quando arrivò in Italia con il suo amico Leart, in traghetto nel 2000, aveva 18 anni, si era appena diplomato all’Accademia di danza di Tirana. Sarebbero voluti andare in America, ma alla fine non erano riusciti ad avere il visto e ripiegarono sull’Italia solo perché qui avevano degli amici da cui poter dormire il primo periodo.
Avevano tanti sogni, come tutti i ragazzi di quell’età, e un’unica grande preoccupazione: il permesso di soggiorno. Per il resto si sarebbero arrangiati in qualche modo.

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fotografia di Joshua Harvey

La questione permesso di soggiorno fu l’unica questione che rimase spinosa negli anni perché ottenere il rinnovo ogni anno era complicato, difficile: uno ti diceva di portare un documento e un altro ti diceva che non serviva quello, ma un altro ancora.
Nel frattempo trovarono lavoro in una Compagnia di danza a Roma, pagavano un affitto, guadagnavano abbastanza da riuscire a mettere da parte qualcosina, ma il rinnovo del permesso rimaneva sempre un’incognita che non li faceva dormire la notte.

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fotografia di Claudio Recanati

Ricordo che passavano nottate intere col sacco a pelo davanti alla porta della questura per essere i primi della fila la mattina seguente o di estati passate a Tirana a correre da un ufficio all’altro per raccogliere le centinaia di documenti necessari.
Una volta sola accompagnai Hektor una mattina presto in questura, non credevo fino in fondo a tutti i suoi racconti che avevano del surreale su ciò che accadeva lì dentro, credevo che fosse lui a non capire bene la lingua, a non farsi capire e invece nel giro di cinque minuti mi ritrovai io stessa ad alzare la voce infuriata per il modo in cui era organizzata la gestione della sala d’attesa e per il tono con cui si rivolgevano alle persone.
Dopo quella volta Hektor mi chiese di non accompagnarlo più, mi disse che avevo ragione ad arrabbiarmi, ma non gli sarei stata d’aiuto se mi fossi di nuovo messa ad urlare… Fu forse l’unica volta in cui mi vergognai di essere italiana.

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fotografia di Harsh Jadav

Fortunatamente per gli albanesi le cose sono cambiate e, se continueremo così, fra non molto saremo noi ad andare a cercare lavoro da loro (già lo facciamo) ma sento di dover comunque raccontare quello che ho vissuto da spettatrice perché troppo spesso sento commenti a riguardo da persone che forse poco sanno su cosa realmente voglia dire, e su quanto sia difficile riuscire a vivere e lavorare onestamente in Italia per un extracomunitario.
Pochi sanno cosa voglia dire andare via dal proprio paese a 18 anni con un’unica grande valigia e tutti i soldi nascosti in un calzino.

 

Lucia

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