Ti amo… in altre parole!

Che peso hanno le parole? Quando pronunciamo una frase o anche solo una parola, siamo consapevoli del significato, ma soprattutto del potere che essa ha?

L’uomo vive circondato quotidianamente dalle parole: parole che spiegano, parole che feriscono, parole che chiariscono, parole che sostengono, parole che danno energia, parole, parole, parole… Ma siamo davvero sicuri di avere il controllo delle nostre parole?!!! Oppure l’infinità di parole a nostra disposizione ci oscura la mente e ci dà il diritto di usarle tutte anche in modo inadeguato?

Le parole sono un dono meraviglioso e allo stesso tempo potentissimo: hanno il potere di allontanare o avvicinare le persone. Pensando a me e al mio vissuto, spesso mi chiedo se in una determinata situazione ho utilizzato parole inappropriate e che cosa sarebbe accaduto se avessi espresso il mio pensiero o sentimento con altre parole! Con il tempo ed una certa maturità , dovuta ahimè alla vecchiaia, ho imparato che le parole hanno un valore infinito e che ogni singola parola produce degli effetti, a volte positivi e a volte negativi.

Credo però che se a volte le parole possono essere fraintese e creare degli screzi, a volte invece hanno una tal forza che, se dette nel modo giusto e nel momento giusto, possono davvero far esplodere il cuore di emozioni positive.

Proprio in questi giorni ho ricevuto in dono diverse parole: parole di conoscenza, di confronto, di ringraziamento, di speranza, di affetto e, forse, parole di rimpianto, parole che, dette o scritte he fossero, sono arrivate dritte al cuore, mi hanno arricchito, mi hanno fatto riflettere e hanno fatto sì che pronunciassi una parola dal valore inestimabile… GRAZIE!

Come sarebbe un mondo senza parole? Come si potrebbe comunicare con l’altro senza le parole? Il testo di oggi si pone proprio questi quesiti e ci fa riflettere sul valore che hanno le parole.thumb_img_7681_1024

“La grande fabbrica delle parole” di Agnès de Lestrade ed illustrato da Valeria Docampo (Terre di Mezzo editore) racconta la storia di un paese dove le persone parlano poco. In questo strano paese, per poter pronunciare le parole bisogna comprarle e inghiottirle, infatti, in questo posto c’è una grande fabbrica che lavora giorno e notte per produrre parole in tutte le lingue del mondo. Ci sono parole considerate più importanti che costano molto e che solo i ricchi possono permettersi; altre parole invece si nascondono tra la spazzatura, altre ancora possono essere acchiappate coi retini, come le farfalle. In questo paese vive il piccolo Philéas che è follemente innamorato della dolce Cybelle: nel giorno del suo compleanno vorrebbe dirle qualcosa di speciale, vorrebbe dirle “Ti amo“, ma quelle parole sono di grande valore e di conseguenza costano davvero troppo per le sue tasche. Philéas decide quindi di usarne qualcuna che trova per strada, perché, non avendo abbastanza soldi nel salvadanaio, non ne possiede altre. Al contrario Oscar, un bambino molto ricco, spavaldo e anche lui innamorato di Cybelle, ha deciso di far sapere alla bambina i suoi sentimenti: avendo a disposizione molti soldi, Oscar le parla continuamente, utilizzando parole importanti come “matrimonio” e “amore”, che costano davvero tantissimo. Philéas sa di non poter competere con le parole di Oscar, ma decide ugualmente di donare a Cybelle tre parole che aveva catturato col retino. Cybelle le sente e non solo sente le parole che Philéas pronuncia, ma va oltre e sente tutto l’amore che racchiuso in quelle tre parole. Cybelle conosce il valore reale di quelle poche, ma importanti parole.

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Sono diversi anni che vedo girare tra gli scaffali delle librerie e delle biblioteche questo testo, ma non ho mai avuto lo stimolo di prenderlo in mano e sfogliarlo. Credo che la ragione principale sia dovuta alla copertina: io mi faccio influenzare molto della copertina di un testo, sia che si tratti di un libro per bambini che per adulti, e spesso, proprio per questa ragione, mi ritrovo a non prendere in considerazione testi davvero belli. E così è stato anche per questo testo: l’immagine raffigurata in copertina non mi ispirava, quella sorta di ombra nera fumosa non mi attirava, anzi.

Un giorno però, durante un classico peregrinare in una libreria di Reggio, mio marito prende in mano questo testo, sfoglia le pagine e se ne innamora immediatamente tant’è che mi viene subito a chiamare dicendo: “Questo testo lo dobbiamo prendere, è stupendo e ne devi parlare nel tuo blog!”. Il suo entusiasmo mi ha incuriosita e così ho finalmente aperto questo testo e devo dire che mio marito aveva proprio ragione… è davvero speciale!!

La storia, se da un lato può sembrare una semplice storia d’amore adattata per bambini, in realtà ci vuole dare un messaggio forte e significativo: il valore delle parole e la capacità delle persone di percepirlo. Ritengo questa storia estremamente attuale e calata nella realtà odierna: il testo ci spinge fortemente a riflettere sulla difficoltà di dare il giusto valore alle parole, cosa sottovalutata oggi giorno.

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Ha più importanza la quantità oppure la qualità delle parole? Come sarebbe vivere in un paese dove occorre comprare le parole per pronunciarle? Forse ci aiuterebbe a dare il giusto peso a ciò che vogliamo dire e forse, eliminando quell’eccessiva abbondanza che può trarre in inganno, potremmo ritrovarci come persone e ascoltarci per davvero. “La grande fabbrica delle parole” ci può aiutare ad aprire gli occhi, le orecchie, ma soprattutto il cuore, accompagnandoci alla riscoperta della profondità dei sentimenti: la quantità non è sempre direttamente proporzionale alla qualità delle emozioni. Philèas questo lo sa e lo prova direttamente sulla sua pelle, mettendo in gioco se stesso e tutto ciò che possiede per arrivare al cuore di  Cybelle; Oscar, al contrario, essendo abituato all’abbondanza, non dà troppo valore alle sue parole e, di conseguenza, a quelli che sono i suoi sentimenti. Cybelle però questa differenza la percepisce benissimo, la sente così tanto che va oltre il significato comune delle parole e riesce a percepire i veri sentimenti di Philèas.

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Le illustrazioni di Valeria Docampo sono meravigliose, in perfetta armonia col testo e lo vanno ad arricchire e sostenere maggiormente: un tratto ben definito, chiaro, attento ai particolari, soprattutto nei primi piani dei protagonisti, ma senza essere eccessivo. Trovo molto interessante, in modo particolare, il modo in cui vengono rappresentati i personaggi: forme tondeggianti e dolci, che riescono a trasmettere il loro stato d’animo grazie ad una cura molto attenta per l’espressività del volto. Ben visibile, inoltre, la caratterizzazione dei due pretendenti in contrasto tra loro: Oscar, raffigurato mediante immagini scure e dal volto poco visibile, mentre Philèas è disegnato con colori caldi e chiari e con un volto che sprizza intelligenza e sensibilità.

 

La scelta dei colori per la composizione delle immagini spazia dal marrone con qualche presenza di nero al rosso, il colore dell’amore, un tono che è presente dapprima in qualche dettaglio (tetti delle case, cappelli, vestito di Cybelle) e che, successivamente, diventa predominante nelle pagine in cui Philéas regala le sue parole a Cybelle: l’amore è nell’aria e non servono troppe parole per capirlo.

Il testo, scritto con un carattere ben leggibile, presenta delle parti in grassetto e di dimensioni più grandi: questo per mettere in evidenza determinate parole, in modo da catturare immediatamente l’attenzione del lettore.

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Il finale della storia è semplicemente meraviglioso e, senza troppi fronzoli o parole inutili, rimane coerente col messaggio che vuole dare: le parole arrivano a chi sa ascoltare veramente. thumb_img_7697_1024

 

“La grande fabbrica delle parole” di Agnès de Lestrade ed illustrato da Valeria Docampo, Terre di Mezzo editore, 2010.

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