Intervista a… Massimiliano Frezzato

Una delle bellissime e inaspettate sorprese che ho ricevuto da quando ho aperto questo blog riguarda è la possibilità di pubblicare interviste ad autori e/o illustratori. E’ un aspetto che ho scoperto di amare follemente e che mi incuriosisce e stimola sempre di più. L’adrenalina e l’entusiasmo che si scatenano dentro di me quando ricevo una risposta positiva in merito ad una possibile intervista è indescrivibile. Avere la possibilità di entrare a contatto più stretto con un autore/illustratore, conoscere i suoi “segreti” del mestiere, indagare in merito a determinati testi e scoprire, quindi, chi si nasconde dietro ad una immagine o un testo è davvero emozionante e meraviglioso.

Grazie all’intervista di oggi, possiamo incontrare Massimiliano Frezzato, autore ed illustratore di diversi testi tra i quali Cappuccetto Rosso, di cui ho parlato pochi giorni fa.

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Massimiliano Frezzato, nasce a Torino il 12 marzo 1967 e si può considerare uno dei più grandi fumettisti italiani. Tra il 1982 e il 1986 frequenta il Liceo Artistico di Torino e, durante gli studi, si classifica secondo al concorso nazionale di fumetto a Prato, ma nel 1989 vince il primo premio. I suoi primi lavori vengono pubblicati su varie riviste a partire dal 1985. Nel 1990 realizza Margot scritto da Jerome Charyn. Tra il 1994 e il 1997 tiene un corso di fumetto e d’illustrazione editoriale presso l’Istituto Europeo di Design a Torino. Nel 1996 pubblica il primo volume della saga I custodi del Maser, che lo terrà impegnato sino all’aprile 2005. Dal 2007 si affida alla matita di Fabio Ruotolo per il prosieguo della saga, dedicandosi alla scrittura e alla supervisione dell’opera. La saga viene pubblicata in diversi paesi. Nel novembre 2013 pubblica Il gatto stregato su testo di Paolo Cossi, mentre nel 2014 nasce Cappuccetto Rosso, entrambi editi da Lavieri (per Lavieri ha pubblicato anche PinocchioFrabaluPeter Pan e Peter Pan Artbook).

 

Ecco l’intervista…

Chi è Massimiliano Frezzato? Lascio a lei le presentazioni…

Sono un bambino che non ha mai smesso di giocare e di chiedersi il perchè delle cose. Il disegno è solo una deriva per soddisfare queste due esigenze primarie, il vantaggio e lo svantaggio di tale scelta è che è una professione che si esercita perlopiù in solitudine il che ti porta a non poter condividerne meriti e/o sconfitte… Ma la meraviglia ogni volta mi sorprende e travalica il mio ipertrofico individualismo riportandomi ad una dimensione di umiltà che poche altre cose mi sanno dare. Disegnare fa stare zitta la mente.

 

In quale momento della sua vita si è reso conto di voler intraprendere questa professione?

Ogni volta che mi trovavo di fronte a una scelta sceglievo il disegno. Ogni volta che dovevo affrontare una difficoltà o una sofferenza il disegno mi portava, cullandomi in un mondo di non sofferenza, dove il silenzio era il solo regnante indiscusso. Una scelta non si fa di un solo momento ma di tanti singoli istanti in cui questa scelta si conferma e rafforza senza meriti nè colpe, qualcosa di fisiologico e naturale che non richiede un solo unico sforzo, anzi, nel mio caso specifico non richiede sforzo affatto.

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Lei è sia autore che illustratore. Quale delle due professionalità la rappresenta di più? Perché?

Per quanto mi riguarda non ho mai visto le due cose in maniera separata, credo che il mio limite e il mio pregio collimino; devo vedere una cosa per poterla disegnare e questo mi porta ad avere enormi difficoltà a disegnare le cose di altri, per contro, nel processo di decrittazione della visione riesco ad essere in meravigliosa solitudine e i conflitti con me stesso in fase di lavorazione si limitano al minimo. Inoltre ho la meravigliosa e legittima scusante che se non ho voglia non posso “vedere” e di conseguenza non posso lavorare.. E’ una scusa che la società moderna accetta a malincuore e solo per gente che fa il mio mestiere, eppure sarebbe molto bello se questa strana regola si potesse attuare con tutte le professionalità, saremmo tutti più felici e il lavoro di ognuno di noi davvero forse ci nobiliterebbe.

 

Come nasce un suo racconto? Le illustrazioni nascono prima, contemporaneamente oppure in un secondo momento?

Come dicevo prima tutto nasce da una visione, e di solito si tratta di un’immagine, ma mi è anche capitato che sia il concetto intellettuale, l’idea ad avere il merito della prima cellula generante.

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Qual è il libro scritto da lei a cui si sente più legato e perché? E a quale personaggio illustrato si sente più affezionato?

E’ sempre l’ultimo, ma alla fine mi sono reso conto che sono quelli più autobiografici, tipo “Tour de France” a rappresentarmi meglio. Per quanto riguarda la mia affezione ai personaggi su carta, amo tutti quelli che mi hanno formato, da Mafalda ad Arzak, perchè ognuno di loro mi ha lasciato il seme di qualcosa di imprevedibile e meraviglioso, che solo una creatura virtuale può lasciare. I miei personaggi invece vivono di vita propria e francamente non sono ancora in grado di definire il nostro rapporto.

 

Qual è il segreto per un’illustrazione efficace e che faccia colpo su lettori così piccoli?

Lasciarsi andare. E non solo coi piccoli.

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Ha occasioni di incontrare bambini e di vivere momenti di condivisione con loro? Che cosa si porta a casa dopo questi incontri?

Ho una figlia di 9 anni e di conseguenza le mie frequentazioni con lo spirito libero dei bambini sono all’ordine del giorno. Ciò che ti lascia un bambino è indescrivibile e senza regole, non si può riassumere quel che accade e quel che resta con una frase, ci vorrebbero parole da bambino per descriverlo… E’ bello e grande!

 

C’è un collegamento particolare tra lei e i personaggi che prendono vita nelle sue storie e illustrazioni?

Per poter disegnare qualcuno devo immedesimarmi, per capire il suo atteggiamento, la sua filosofia, il suo modo di muoversi e pensare, il suo modo di soffrire e gioire devo diventare un po’ lui e questo è il lato più stancante del lavoro, è qualcosa che lascerà per sempre delle tracce su di me come una vecchie e desueta carta assorbente macchiata da tutte le lettere scritte in cinquant’anni. Non saprei descriverne la natura ma credo che un gusto comune ci sia e sia meglio identificabile dall’esterno. Una volta ho letto che per combattere una battaglia non la si può raccontare e viceversa, non so se rendo l’idea.

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Se dovesse scegliere di illustrare una storia di un collega, quale sceglierebbe e perché?

Credo che il mio piccolo universo personale mi basti, quando mi viene un’idea, lascio il tempo che si conquisti uno spazio e se diventa impellente allora cerco di darle voce e forma, a volte capita che altri esprimano meglio di me quest’idea e allora lascio perdere. Nel caso invece di una reinterpretazione dei classici come Pinocchio o Peter Pan, l’esigenza scaturisce dalla voglia, entusiasta, di rendere merito a qualcosa di un po’ arruginito e bellissimo, come il mio maggiolone in giardino, che prima o poi rimetterò a posto.

 

Vorrei ringraziare Massimiliano per la sua disponibilità e per averci rivelato, grazie alle sue risposte molto profonde e davvero interessanti, una parte di se e della sua professionalità. Se volete approfondire la sua conoscenza attraverso le sue opere vi suggerisco di visitare il suo blog massimilianofrezzato.

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